L’eco pop degli Sparks, tra ironia, avanguardia e cabaret

«C’è molto genio nelle teste dei fratelli Mael, misteriosamente sfuggiti all’attenzione del grande pubblico. Da cinquant’anni giocano con il pop e con il rock inventando suggestioni barocche, parodie esilaranti e magnifiche melodie». Questa frase di Andrea Silenzi ha il merito di cogliere quella che è l’essenza del percorso musicale degli Sparks, attivi sin dagli anni Settanta e in grado di coniugare, nelle loro canzoni, l’ambizione e lo spirito di avventura con la volontà di sfidare lo status quo.

 

Ironia e imprevedibilità

Prendiamo, a mo’ d’esempio, un album come A steady drip, drip, drip, uscito nel 2020. Ron e Russell Mael, con questo disco, realizzano un lavoro dai contorni poco prevedibili (i due fratelli, tanto per dire, arrivano a citare Stravinsky e l’iphone e intitolano un brano Onomato Pia…) che, tra le altre cose, ha anche il pregio di contenere quello che potremmo considerare un vero e proprio “eco-inno”, Please Don’t Fuck Up My World. Arricchite da testi che fanno dell’intelligenza e dell’ironia la propria cifra stilistica, le quattordici canzoni dell’album arrivano a tradurre in suoni l’arte della miniatura, riuscendo ogni volta a sorprendere l’ascoltatore, grazie alla densità del segno e alla preziosità del dettaglio.

Oltre le regole del pop

Gli Sparks, la cui musica ha sempre evidenziato un lato concettuale e teatrale, infrangono le regole e, riuscendo a spingere i confini della canzone pop senza tradirne l’essenza, danno qui libero sfogo al loro tendere verso l’orecchiabile nel ricercato. Lo fanno costruendo dei brani – in alcuni dei quali non è difficile individuare la presenza di quel fattore, chiamato “gancio”, in grado di afferrare l’attenzione e di restare impigliato nella memoria – che sfruttano al meglio il potenziale comunicativo e semantico della melodia, della quale a tratti viene enfatizzata la cantabilità, a cui l’arrangiamento (i colori sonori, l’ambiente armonico-ritmico, l’uso delle voci) aggiunge ulteriori simboli, facendo propri certi umori legati all’avanguardia, all’elettronica e al cabaret. Pezzi che esprimono compiutamente quello che è lo scopo della band americana: rendere la musica di A steady drip, drip, drip una sorta di “ultimate pop music”, di “studio” definitivo sulle possibilità dell’arte musicale nell’epoca delle confusioni più fuorvianti.

 

Guarda il video di Please Don’t Fuck Up My World

L’eco inno che piacerebbe a Greta

Dicevamo di Please Don’t Fuck Up My World, il brano che conclude l’album, idealmente rivolto ai potenti della terra, ai giganti dell’industria e a tutti coloro che hanno a cuore il mondo nel quale viviamo («Please don’t fuck up my world / I’d have nothing to live for / Please don’t fuck up my world / I need something to live for / Rivers, mountains and seas / No one knows what they’re there for / Still, it’s easy to see / That they’re things to be cared for /Please don’t fuck up my world / All that you are pursuing / Please don’t fuck up my world / Can’t you see what you’re doing»). Una canzone in difesa del nostro pianeta inquinato impreziosita, non a caso, da un coro di bambini, a ribadire la preoccupazione per il futuro delle nuove generazioni. E di cui il giornalista Stephen Dalton ha scritto:

«Semmai Greta Thunberg dovesse ascoltare Please Don’t Fuck Up My World degli Sparks, le consiglierei di adottare questa “filastrocca” curiosamente imprecativa come tema musicale, se non altro per irritare ancora di più i suoi tanti odiatori».

 

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