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La delocalizzazione delle imprese

Diffusione della delocalizzazione in Europa

La delocalizzazione delle imprese all’estero non è un fenomeno nuovo. Si tratta di un modo di concepire l’impresa diffuso e in costante espansione. Fino a pochi anni fa erano gli Stati Uniti a ricorrere maggiormente a questa pratica, ma nell’ultimo decennio la delocalizzazione della produzione ha preso piede anche in Europa, ed è in incessante aumento. Gli USA hanno sempre considerato specialmente il Messico come paese destinatario, mentre Francia, Italia e Germania hanno preferito rivolgersi, almeno in un primo momento, ai Paesi dell’Europa Orientale, Balcani, Romania e Paesi dell’ex URSS, soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino. Le cosiddette “filiere internazionali” seguono questa rotta e in misura minore quella africana perché nei Paesi dell’Est la manodopera non è solamente poco tutelata, oltre che ovviamente a bassissimo costo, ma è anche relativamente specializzata. Nel delocalizzare un’impresa si segue, in genere, il principio del “maggior profitto al minor costo possibile”: parti del ciclo produttivo a più alto valore aggiunto (design, marketing, ecc.) e per le quali sono richieste competenze professionali particolari, vengono mantenute nel paese di origine, mentre quelle fasi del processo produttivo che richiedono minore specializzazione vengono portate all’estero. Tale prassi trova successo al momento della vendita: generalmente il prodotto rientra in patria non completamente ultimato e solo successivamente viene definito ed etichettato con il marchio che permette di avere ricavi anche molto superiori ai costi. L’elemento chiave nell’ambito di questo processo è la globalizzazione della produzione, la cui caratteristica fondamentale consiste nella crescita della “specializzazione verticale”. Quest’ultima è da collegarsi al fenomeno della “frammentazione produttiva”, vale a dire la segmentazione del processo produttivo in più fasi. Negli ultimi anni una nuova è più decisa fase di utilizzo dell’outsourcing ha interessato l’Europa. Comprensibilmente, per motivi di lingua, Gran Bretagna e Irlanda sono favorite in questa competizione, sebbene gli altri seguano ad un ritmo piuttosto incalzante. I paesi coinvolti non sono più solo quelli dell’Est Europeo, ma anche quelli del cosiddetto Far East. Gli industriosi asiatici (indiani, ma anche pakistani o tailandesi) si stanno rapidamente organizzando, imparando l’italiano, lo 7 spagnolo, il francese e il tedesco. Il meccanismo di questa seconda fase di delocalizzazione è sempre lo stesso: ricerca e sviluppo vengono mantenute in Europa (almeno nella maggior parte dei casi) e le produzioni di massa vengono trasferite all’Est o in Asia. La Philips sta eliminando in questo modo 22mila lavoratori, la piccola Dainese di Vicenza dà lavoro a duemila persone in Estonia e in Romania. La Valtech, società di consulenza parigina, ha aperto un ufficio con un partner locale a Bangalore, India, dove lavorano 200 persone, un quarto del totale. L’obiettivo è quello di studiare sempre più avanzate forme per il trasferimento in Asia di intere fette dell’Europa che produce. Secondo un’indagine svolta congiuntamente dall’UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development) e dalla Roland Berger Strategy Consultans sulle strategie di delocalizazzione adottate dalle principali imprese europee, quattro imprese su dieci praticano l’outsourcing. Lo studio, reso noto nel giugno 2004, si concentra in particolare sulla delocalizzazione dei servizi e considera un campione di 100 imprese tra le prime 500 società europee in termini di fatturato. Le imprese europee, secondo questa indagine, si distinguono in due categorie: una percentuale significativa ha già fatto ricorso ad outsourcing in passato e pianifica di continuare a farlo, mentre le altre non hanno mai attuato questa pratica, né intendono farlo a breve. Più in dettaglio, dall’indagine risulta che il 40% delle imprese considerate (di cui il 25% tedesche) hanno già trasferito parte della produzione e dei servizi all’estero, mentre un altro 44% (di cui il 40% tedesche) pensano di farlo in un prossimo futuro. Le società che hanno il loro quartier generale in Gran Bretagna, Benelux e Germania costituiscono circa il 90% dei posti delocalizzati. A guidare la classifica c’è la Gran Bretagna che, con il 61%, conduce in termini di volumi totali. Ci si aspetta un incremento di questo valore, in quanto circa metà delle imprese inglesi considerate pianificano di aumentare il loro ricorso alla delocalizzazione. A seguire ci sono Germania e Benelux, con il 14%.

Delocalizzazione e PMI

Affacciarsi su un mercato estero rappresenta per una piccola impresa una sfida molto importante. I processi di delocalizzazione, infatti, rappresentano un fenomeno attuale rilevante, con importanti risvolti economici, sociali e culturali. La sfida competitiva coincide con la complessità con cui le nostre imprese si misurano in contesti diversi, con processi di globalizzazione che mettono a confronto realtà di imprese con differenziali di costi, con assetti organizzativi molto differenti tra loro. Vi è inoltre la necessità di pensare ai mercati esteri non solo in termini di opportunità di business, ma anche di insediamenti per la creazione di nuovi sbocchi. Avere una struttura di network con un quartier generale in occidente, stabilimenti dislocati all’estero, rete distributiva in outsourcing, rappresenta un modello che, in proporzione all’entità dell’attività, attiene ad un mondo che non è più esclusivamente quello della grande impresa. La decisione di svolgere all’estero una parte o l’intera produzione richiede il rispetto di una serie di passaggi per ridurre al minimo i rischi di insuccesso. Naturalmente ogni area di sviluppo comporta delle specificità e problematiche tipiche, ma alcuni step sono applicabili, in generale, a tutte. Oltre alle variabili proprie di ciascun paese, per le PMI si aggiungono alcune obiettive difficoltà all’internazionalizzazione, tra le quali vi sono difficoltà strategiche, di tipo organizzativo e di management, economico-finanziarie e di tipo normativoambientale. Tutto ciò rende più complesso il processo di delocalizzazione, ed impone la conoscenza delle variabili da tenere in considerazione per chi decida di intraprendere tali processi. Per quanto riguarda l’individuazione dei paesi nei quali delocalizzare, le PMI utilizzano come criterio di scelta principale, laddove è possibile, la valutazione della prossimità al proprio settore merceologico. È importante la presenza di manodopera specializzata o, comunque, la facilità nel riuscire ad aggiornare, con le nuove tecniche del settore, manodopera che sa già trattare, anche se con tecnologie antiquate, i prodotti in questione. 16 Importanti variabili di cui devono necessariamente tener conto le aziende sono quelle che riguardano l’aspetto fiscale e doganale, quello legale,e quello finanziario-bancario. L’aspetto fiscale è strategico, tenendo presente che in molti paesi esistono “free zones”, cioè località caratterizzate da agevolazioni o assenza di imposte. Indispensabile è, ad esempio, sapere se il paese in cui si è scelto di delocalizzare ha aderito e recepito il trattato internazionale per evitare fenomeni di doppia imposizione con l’Italia, vale a dire un trattato attraverso il quale i due paesi contraenti hanno definito i reciproci rapporti da un punto di vista tributario, in modo che le imposte che si pagano in un paese non si paghino anche nell’altro. Anche i costi doganali sono determinanti per essere competitivi a livello internazionale. Dal punto di vista giuridico, è importante conoscere le norme del paese di destinazione per evitare di imbattersi in divieti o per adattare l’attività alla normativa vigente. Per quanto riguarda l’aspetto finanziario e bancario, è bene sapere che esistono delle linee di finanziamento del nostro Stato e di derivazione internazionale per agevolare la delocalizzazione e la penetrazione commerciale estera. Inoltre, spesso i singoli stati hanno norme o programmi appositi che agevolano la crescita delle PMI locali6 . Necessario è anche monitorare il sistema bancario locale, oltre alle eventuali filiali di banche italiane in loco, o banche locali con cui le banche italiane hanno rapporti di fiducia, compartecipazione o collaborazione. Tra gli aspetti organizzativi sono di rilievo quello logistico e quello produttivo. La creazione di un nuovo impianto produttivo implica, tra l’altro, la definizione dei costi per il trasporto delle materie prime sia in entrata che in uscita. Tale spesa influenza il costo del prodotto, la velocità di consegna, la commercializzazione (anche nella zona di produzione dello stesso). Infine, per quanto concerne l’aspetto produttivo e dei costi che ne derivano, rileva il costo della manodopera, che solitamente nei paesi in cui si decide di delocalizzare è molto basso. Spesso le PMI considerano, erroneamente, questo fattore come l’unico decisivo e determinante per la scelta di trasferire all’estero la propria produzione. In realtà, in alcuni paesi, come quelli dell’Est Europa, il costo della manodopera ha subito oggi un forte incremento, e in quei paesi dove c’è ancora un ampio differenziale rispetto all’Italia, come la Romania, con l’avvicinarsi della data dell’entrata nella UE, anche il costo del lavoro aumenterà.

Ad esempio, il Programma Szeckeny in Ungheria è volto ad agevolare lo sviluppo e la competitività delle PMI locali, comprese quelle che, pur essendo state costituite da italiani, risultano giuridicamente di diritto ungherese.

Un aspetto da non tralasciare è quello relativo alla cultura d’impresa e alle problematiche gestionali connesse all’attivazione di basi di produzione in altri paesi. Tra gli imprenditori italiani, in molti casi, esiste ancora un sentimento di cautela verso i processi di internazionalizzazione, poiché questi continuano ad avvenire per lo più all’insegna del “fai-da-te”. Si registra inoltre l’assenza di una cornice economicofinanziaria e istituzionale generale che aiuti, in particolare, le PMI. L’Italia, rispetto ad altri Paesi, ha un panorama produttivo assai più frammentato e di difficile coordinamento. Si devono pertanto attuare delle politiche che mettano in comunicazione i soggetti, le iniziative e le competenze già esistenti su questi versanti. Inoltre, i dati a livello nazionale evidenziano una scarsa propensione alla formazione degli imprenditori, indice di un livello di managerialità e competitività ancora non sufficiente per uno sviluppo adeguato del sistema industriale. Per l’inserimento delle imprese italiane nei mercati di paesi spesso molto distanti, non solo geograficamente, dal nostro è necessaria una buona preparazione di base e una conoscenza approfondita del nuovo contesto di riferimento, sia dal punto di vista economico che sociale e giuridico. L’adattamento culturale deve essere programmato e attuato con gradualità. Naturalmente, anche per quanto concerne la gestione dell’attività di impresa si rendono indispensabili degli accorgimenti. I manager che decidono di spostare la loro attività all’estero non possono permettersi di agire con leggerezza, devono essere pronti e recettivi, ma soprattutto in grado di trasformare opportunamente l’organizzazione dell’attività. La delocalizzazione deve essere il punto di arrivo di un processo consapevole e adeguatamente pianificato. Consapevole rispetto ai rischi e alle opportunità dei mercati esteri, alle caratteristiche dei settori in oggetto, alle problematiche culturali e organizzative che comporta l’internazionalizzazione. Pianificato rispetto alle strategie più idonee e alle soluzioni organizzative e gestionali più adeguate ad un contesto così diverso e distante da quello italiano. Molte aziende italiane sono riuscite a trovare risposta ai quesiti sul risparmio generato dalla delocalizzazione, su cosa comprare o far produrre, su quali siano i mercati più convenienti, su quanta e quale parte dell’attività spostare all’estero. Più difficile è invece capire dove comprare, come localizzare i migliori fornitori e gestire un proficuo rapporto con essi, come analizzare rischi e costi totali delle operazioni. La competizione internazionale è fortemente avvertita dagli imprenditori. La maggior parte di essi considera il “fare squadra” (fare consorzi, fusioni, acquisizioni) come rimedio affinché le PMI possano continuare a competere sul mercato globale. Tale orientamento rischia però, in assenza di un sistema-Paese che aiuti le imprese nel processo di internazionalizzazione, di non portare ai risultati sperati. Le PMI italiane hanno comunque confermato nel 2003 l’andamento positivo iniziato da alcuni anni sul fronte della partecipazione a imprese straniere e della presenza nei mercati esteri in termini di nuove unità produttive e commissioni di prodotti e servizi. Sono soprattutto le PMI del Made in Italy a investire all’estero o a creare nuove joint ventures e partnership commerciali, dimostrando con ciò grande dinamismo. Le grandi imprese hanno invece iniziato a ridurre la propria presenza all’estero a partire dal 2001 per questo motivo, nel 2003, è calato il fatturato complessivo delle aziende italiane all’estero. Sul fronte delle partecipazioni a imprese straniere, sono particolarmente attive le aziende manifatturiere. I settori maggiormente coinvolti sono quello dei prodotti alimentari e derivati, autoveicoli, moto e biciclette, che occupano le prime posizioni, seguiti dal comparto della lavorazione dei metalli e da quello riguardante macchine e apparecchi meccanici. In settima posizione, preceduto dall’abbigliamento, è collocato il settore elettronica e telecomunicazioni. Per quanto riguarda la provenienza regionale, è la Lombardia a manifestare la maggiore vivacità seguita da Piemonte, Emilia Romagna, Lazio, Veneto e Toscana. Le aree geografiche maggiormente scelte dalle aziende italiane per dar vita a nuove iniziative produttive, l’Europa Occidentale mantiene il primato in termini di occupati. In calo è il numero di lavoratori nell’America Latina, mentre sono aumentati gli investimenti nell’Europa Orientale e in Asia, area in cui il numero di iniziative è cresciuto notevolmente. Oggi le imprese italiane con partecipazioni all’estero sarebbero circa seimila. Di queste, almeno duemila hanno posto in essere vere e proprie strategie di delocalizzazione, trasferendo cioè oltre frontiera attività o parti di attività esistenti in Italia. Circa il 40% delle imprese che praticano outsourcing puntano su una strategia di lungo respiro, che combina all’abbattimento dei costi anche la conquista dei mercati esteri, mentre il restante 60%, in genere di piccole dimensioni, mira esclusivamente alla riduzione dei costi.

Un crescente numero di imprese italiane sta consolidando la presenza sui mercati esteri attraverso il radicamento, investendo cioè nella distribuzione, nella valorizzazione del marchio e così via. In una ricerca condotta da Unioncamere e Istituto Tagliacarne (2004), si evidenzia inoltre come la valutazione del processo di delocalizzazione sia in genere positiva: le imprese dell’indagine svolta valutano in genere ottimi (o buoni) i rapporti sia con le imprese estere che con le Istituzioni straniere ospitanti. Accanto alla delocalizzazione nell’ultimo decennio si sta rafforzando un altro fenomeno: l’esportazione, da parte dell’Italia dell’attività imprenditoriale. Si tratta di soggetti che non svolgevano prima un’attività nel nostro Paese e che decidono di avviarne una direttamente all’estero. In questi casi, le mete preferite sono i Paesi del Mediterraneo e dell’Est Europeo. Secondo la terza indagine nazionale “L’Italia delle Imprese” (2004), realizzata dalla Fondazione Nord Est, una quota crescente delle imprese italiane si sta aprendo ai mercati globali, con forme e strategie differenti che vanno dalla commercializzazione di beni e servizi, alla creazione di reti di fornitura oltre confine o di stabilimenti produttivi all’estero. Poco meno della metà delle imprese considerate (47,1%) intrattengono nell’ambito della propria attività relazioni con soggetti stranieri, facendo registrare per il 2004 una crescita rispetto all’anno precedente (43,4%) nella quota di quante detengono rapporti commerciali e produttivi con altri Paesi.

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