L’anticaglia delle nazioni affratellate nel calcio non ha più senso. Il fussball dev’essere show

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Disclaimer. Da tutto quello che potrà accadere, e capitare di vedere, nel prossimo mese, highlights su Instagram compresi, siamo già disamorati. Di quello che scriveranno intere schiere di capisceur del fussbal, non seguiremo una riga. Tutto ciò che varrà la pena leggere, e mandare a memoria, sono gli articoli del gran Paolo Condò. Il resto è noia.

È cominciato ieri Uefa Euro 2024 in Germania, a Monaco in uno stadio privato e bello come da noi vietano di costruire, con un Germania-Scozia interessante come una sessione del Parlamento di Strasburgo. Inteso come sport e spettacolo, il Campionato europeo per nazioni è anticaglia di risulta, un’appendice del nazionalismo-fratellismo post bellico, però con meno brio dei “Giochi senza frontiere” di Giulio Marchetti e Rosanna Vaudetti.

Perché, sul dettato dei Padri fondatori, Mbappé debba giocare con Theo Hernandez e non possa invece giocare col suo nuovo compagno di squadra Vinícius, perché gli tocchi aspettare gli assist di Rabiot invece di quelli sublimi di Toni Kross è un assurdo che va contro lo spettacolo e anche contro le inarrestabili dinamiche della storia. L’unico tifo che si possa fare, da cittadini europei intesi Uefa e internazionali intesi addict dei campionati per club, è sperare che Barella non si faccia male. Il resto è retorica da Casa Italia. 
Grazia al cielo Paolo Condò spiega le cose importanti, e cioè che l’essenza del calcio è “che gli euro li produce”: 2,4 miliardi di ricavi totali, di cui 1,4 dai diritti tv e 331 milioni di premi alle squadre. E soprattutto che “le grandi vittorie valgono in genere più di un punto di Pil”. Spiega pure le due-tre cose di storia che valga sapere, Condò: e cioè che la prima edizione 1960 fu vinta “da paesi che non esistono più: Urss, Jugoslavia, Cecoslovacchia”.

Per il resto, la geopolitica del calcio è stato un genere narrativo finto-new journalism che abbiamo praticato per primi qui, ma oggi è robaccia senza idee come una conferenza stampa di Spalletti. Tipo le due pagine due del Manifesto incentrate sul seguente concetto: “Il calcio maschile riservato alle nazionali” è conservatore perché c’è “l’onda nera che ha travolto l’Europa”. Capite che ce n’è abbastanza, una volta letto il gran Condò, per interessarsi soltanto che Dimash non si faccia male per l’inutile sforzo di passare la palla a Chiesa.

Contrariamente agli Europei d’Atletica, dove il numero di medaglie italiane è stato inversamente proporzionale all’interesse pubblico (la notizia più sfiziosa: Mattarella ha voluto andarci due volte. Porello, a casa rischiava che gli arrivasse Lollobrigida con le mozzarelle), Euro Germany 2024 farà il pieno di ascolti (e capitasse anche di clacson nelle strade). Si vorrebbe annotare preventivamente che non accadrà perché lo spettacolo avrà qualcosa di paragonabile alla Champions League (almeno tutta la prima fase) ma perché il pubblico generalista è lo stesso dei “Pacchi” di Raiuno e in estate il programma più spettacolare è “Techetechetè”, abitudini di un paese invecchiato nel mito di Italia-Germania 4 a 3. Ma che si tolgano possibili slot di calendario al futuro Mondiale per club per far disputare Slovenia-Danimarca, è un insulto al dio Eupalla.

Detto ciò bisogna dire chi vince. Non lo so. Bisogna sperare Italia, per il punto di Pil di Condò e anche perché vogliamo vedere se il grillino Donno e Zingaretti proveranno ancora a dire che il Tricolore è tutta roba loro. Soltanto che riuscire a sognare azzurro con Scamacca, Raspadori e Retegui è davvero sforzo impossibile. Andando a memoria, l’ultima volta che l’Italia ha avuto dei centravanti fuoriclasse, da scriversi il nome sulle magliette, c’erano Pippo Inzaghi e Bobo Vieri; più indietro bisogna risalire a Pablito Rossi e al bianco e nero di Rombo di Tuono. Vero è che abbiamo vinto il Mondiale con Luca Toni (il miglior tedesco della nostra storia) e gli Europei con Immobile e Insigne. Ma sai la noia.

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Disclaimer. Da tutto quello che potrà accadere, e capitare di vedere, nel prossimo mese, highlights su Instagram compresi, siamo già disamorati. Di quello che scriveranno intere schiere di capisceur del fussbal, non seguiremo una riga. Tutto ciò che varrà la pena leggere, e mandare a memoria, sono gli articoli del gran Paolo Condò. Il resto è noia.
È cominciato ieri Uefa Euro 2024 in Germania, a Monaco in uno stadio privato e bello come da noi vietano di costruire, con un Germania-Scozia interessante come una sessione del Parlamento di Strasburgo. Inteso come sport e spettacolo, il Campionato europeo per nazioni è anticaglia di risulta, un’appendice del nazionalismo-fratellismo post bellico, però con meno brio dei “Giochi senza frontiere” di Giulio Marchetti e Rosanna Vaudetti.
Perché, sul dettato dei Padri fondatori, Mbappé debba giocare con Theo Hernandez e non possa invece giocare col suo nuovo compagno di squadra Vinícius, perché gli tocchi aspettare gli assist di Rabiot invece di quelli sublimi di Toni Kross è un assurdo che va contro lo spettacolo e anche contro le inarrestabili dinamiche della storia. L’unico tifo che si possa fare, da cittadini europei intesi Uefa e internazionali intesi addict dei campionati per club, è sperare che Barella non si faccia male. Il resto è retorica da Casa Italia.  Grazia al cielo Paolo Condò spiega le cose importanti, e cioè che l’essenza del calcio è “che gli euro li produce”: 2,4 miliardi di ricavi totali, di cui 1,4 dai diritti tv e 331 milioni di premi alle squadre. E soprattutto che “le grandi vittorie valgono in genere più di un punto di Pil”. Spiega pure le due-tre cose di storia che valga sapere, Condò: e cioè che la prima edizione 1960 fu vinta “da paesi che non esistono più: Urss, Jugoslavia, Cecoslovacchia”.
Per il resto, la geopolitica del calcio è stato un genere narrativo finto-new journalism che abbiamo praticato per primi qui, ma oggi è robaccia senza idee come una conferenza stampa di Spalletti. Tipo le due pagine due del Manifesto incentrate sul seguente concetto: “Il calcio maschile riservato alle nazionali” è conservatore perché c’è “l’onda nera che ha travolto l’Europa”. Capite che ce n’è abbastanza, una volta letto il gran Condò, per interessarsi soltanto che Dimash non si faccia male per l’inutile sforzo di passare la palla a Chiesa.
Contrariamente agli Europei d’Atletica, dove il numero di medaglie italiane è stato inversamente proporzionale all’interesse pubblico (la notizia più sfiziosa: Mattarella ha voluto andarci due volte. Porello, a casa rischiava che gli arrivasse Lollobrigida con le mozzarelle), Euro Germany 2024 farà il pieno di ascolti (e capitasse anche di clacson nelle strade). Si vorrebbe annotare preventivamente che non accadrà perché lo spettacolo avrà qualcosa di paragonabile alla Champions League (almeno tutta la prima fase) ma perché il pubblico generalista è lo stesso dei “Pacchi” di Raiuno e in estate il programma più spettacolare è “Techetechetè”, abitudini di un paese invecchiato nel mito di Italia-Germania 4 a 3. Ma che si tolgano possibili slot di calendario al futuro Mondiale per club per far disputare Slovenia-Danimarca, è un insulto al dio Eupalla.
Detto ciò bisogna dire chi vince. Non lo so. Bisogna sperare Italia, per il punto di Pil di Condò e anche perché vogliamo vedere se il grillino Donno e Zingaretti proveranno ancora a dire che il Tricolore è tutta roba loro. Soltanto che riuscire a sognare azzurro con Scamacca, Raspadori e Retegui è davvero sforzo impossibile. Andando a memoria, l’ultima volta che l’Italia ha avuto dei centravanti fuoriclasse, da scriversi il nome sulle magliette, c’erano Pippo Inzaghi e Bobo Vieri; più indietro bisogna risalire a Pablito Rossi e al bianco e nero di Rombo di Tuono. Vero è che abbiamo vinto il Mondiale con Luca Toni (il miglior tedesco della nostra storia) e gli Europei con Immobile e Insigne. Ma sai la noia.

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Disclaimer. Da tutto quello che potrà accadere, e capitare di vedere, nel prossimo mese, highlights su Instagram compresi, siamo già disamorati. Di quello che scriveranno intere schiere di capisceur del fussbal, non seguiremo una riga. Tutto ciò che varrà la pena leggere, e mandare a memoria, sono gli articoli del gran Paolo Condò. Il resto è noia.

È cominciato ieri Uefa Euro 2024 in Germania, a Monaco in uno stadio privato e bello come da noi vietano di costruire, con un Germania-Scozia interessante come una sessione del Parlamento di Strasburgo. Inteso come sport e spettacolo, il Campionato europeo per nazioni è anticaglia di risulta, un’appendice del nazionalismo-fratellismo post bellico, però con meno brio dei “Giochi senza frontiere” di Giulio Marchetti e Rosanna Vaudetti.

Perché, sul dettato dei Padri fondatori, Mbappé debba giocare con Theo Hernandez e non possa invece giocare col suo nuovo compagno di squadra Vinícius, perché gli tocchi aspettare gli assist di Rabiot invece di quelli sublimi di Toni Kross è un assurdo che va contro lo spettacolo e anche contro le inarrestabili dinamiche della storia. L’unico tifo che si possa fare, da cittadini europei intesi Uefa e internazionali intesi addict dei campionati per club, è sperare che Barella non si faccia male. Il resto è retorica da Casa Italia. 
Grazia al cielo Paolo Condò spiega le cose importanti, e cioè che l’essenza del calcio è “che gli euro li produce”: 2,4 miliardi di ricavi totali, di cui 1,4 dai diritti tv e 331 milioni di premi alle squadre. E soprattutto che “le grandi vittorie valgono in genere più di un punto di Pil”. Spiega pure le due-tre cose di storia che valga sapere, Condò: e cioè che la prima edizione 1960 fu vinta “da paesi che non esistono più: Urss, Jugoslavia, Cecoslovacchia”.

Per il resto, la geopolitica del calcio è stato un genere narrativo finto-new journalism che abbiamo praticato per primi qui, ma oggi è robaccia senza idee come una conferenza stampa di Spalletti. Tipo le due pagine due del Manifesto incentrate sul seguente concetto: “Il calcio maschile riservato alle nazionali” è conservatore perché c’è “l’onda nera che ha travolto l’Europa”. Capite che ce n’è abbastanza, una volta letto il gran Condò, per interessarsi soltanto che Dimash non si faccia male per l’inutile sforzo di passare la palla a Chiesa.

Contrariamente agli Europei d’Atletica, dove il numero di medaglie italiane è stato inversamente proporzionale all’interesse pubblico (la notizia più sfiziosa: Mattarella ha voluto andarci due volte. Porello, a casa rischiava che gli arrivasse Lollobrigida con le mozzarelle), Euro Germany 2024 farà il pieno di ascolti (e capitasse anche di clacson nelle strade). Si vorrebbe annotare preventivamente che non accadrà perché lo spettacolo avrà qualcosa di paragonabile alla Champions League (almeno tutta la prima fase) ma perché il pubblico generalista è lo stesso dei “Pacchi” di Raiuno e in estate il programma più spettacolare è “Techetechetè”, abitudini di un paese invecchiato nel mito di Italia-Germania 4 a 3. Ma che si tolgano possibili slot di calendario al futuro Mondiale per club per far disputare Slovenia-Danimarca, è un insulto al dio Eupalla.

Detto ciò bisogna dire chi vince. Non lo so. Bisogna sperare Italia, per il punto di Pil di Condò e anche perché vogliamo vedere se il grillino Donno e Zingaretti proveranno ancora a dire che il Tricolore è tutta roba loro. Soltanto che riuscire a sognare azzurro con Scamacca, Raspadori e Retegui è davvero sforzo impossibile. Andando a memoria, l’ultima volta che l’Italia ha avuto dei centravanti fuoriclasse, da scriversi il nome sulle magliette, c’erano Pippo Inzaghi e Bobo Vieri; più indietro bisogna risalire a Pablito Rossi e al bianco e nero di Rombo di Tuono. Vero è che abbiamo vinto il Mondiale con Luca Toni (il miglior tedesco della nostra storia) e gli Europei con Immobile e Insigne. Ma sai la noia.

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