Green Jobs – la nuova ecosostenibilità

Da uno studio americano si ricava che le energie rinnovabili e i settori a basse emissioni di carbonio generano più posti di lavoro per unità di energia prodotta rispetto al settore dei combustibili fossili, con il solare fotovoltaico (PV) che crea il maggior numero di posti di lavoro per unità di produzione di energia elettrica. […]

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Environment, ecology, nature protection concept. People take care of Earth planet. Vector flat cartoon illustration.

Da uno studio americano si ricava che le energie rinnovabili e i settori a basse emissioni di carbonio generano più posti di lavoro per unità di energia prodotta rispetto al settore dei combustibili fossili, con il solare fotovoltaico (PV) che crea il maggior numero di posti di lavoro per unità di produzione di energia elettrica. Gli autori stimano che riducendo a metà l’aumento dei consumi di energia elettrica e generando il 30% di elettricità da fonti rinnovabili, si potrebbero generare circa 2 milioni di anni-lavoro entro il 2030.

Uno studio è stato fatto anche sullo stimolo fiscale americano di 100 MldUS$, messo in atto all’insorgere della crisi per promuovere una serie di strategie per l’efficienza energetica e le energie rinnovabili. Il pacchetto di stimolo avrebbe generato due milioni di posti di lavoro tanto nei settori core che nei go green e nelle relative catene del valore. Le energie rinnovabili si sono riscontrate più job intensive dell’energia convenzionale, soprattutto nella fase di costruzione, produzione e installazione ma meno nell’esercizio e nella manutenzione, in parte perché qui non è necessaria la gestione dei combustibili. La LSE (cit.) ha raccolto i risultati di diverse decine di studi che in maggioranza sembrano dimostrare che le politiche di cambiamento climatico in generale e le energie rinnovabili in particolare possono generare una notevole occupazione aggiuntiva. Ma molti di essi ignorano la concomitante distruzione di posti di lavoro nelle industrie brown.

Pochi prendono in considerazione i problemi del mercato del lavoro, come quelli della capacitazione del capitale umano, dei costi della ricerca di una occupazione, del rallentamento del passaggio dei lavoratori tra settori diversi o della difficoltà di sottrarli dalla disoccupazione strutturale a lungo termine. La pressione della crisi economica di questi anni ha fatto sì che sia stata data una importanza eccedentaria al breve termine, nel quale si andavano perdendo ogni giorno posti di lavoro, trascurando gli effetti della transizione green sul lungo termine. In fase di previsione tutti gli osservatori concordano che l’intensità del lavoro più alta per unità di prodotto equivale su scala macroeconomica ad una riduzione della produttività del lavoro, come è provato che già avviene per la generazione elettrica rinnovabile rispetto alla produzione di energia convenzionale. Per gli investitori privati, fino a che le esternalità negative non saranno monetizzate, l’energia rinnovabile potrebbe essere più costosa e meno efficiente delle fonti convenzionali, con alti impegni di capitali e maggiore manodopera, con impianti a vita più breve e produzione di energia intermittente. La manodopera è inoltre difficile da spostare nel breve periodo e le competenze sono difficili da aggiornare, al punto di rendere conveniente puntare su una classe nuova e giovane di maestranze e affollare l’uscita dei lavoratori maturi. Le convenienze macroeconomiche possono quindi agire in senso contrario alla transizione verso la Green economy.

Per molti anni si è continuato a temere che la conversione energetica avrebbe potuto essere troppo costosa e rischiosa per il capitale privato senza la copertura dei sussidi e degli incentivi pubblici79, circostanza che faceva temere per la reale creazione di green jobs data la scarsa predisposizione dei governi a spendere in deficit ai margini di una crisi non ancora esaurita.

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